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riMininverno

Prefazione del libro riMininverno

“Mi soffermo in prima battuta su quello che per un giornalista appassionato di fotografia è il punto di partenza, che come sempre accade (anche nella vita ma a maggior ragione nelle immagini), un elemento del tutto soggettivo: il titolo, ovvero quella cosa che cercano gli occhi del visitatore di una mostra prima di approcciarsi alle immagini. “riMini n v e r n o”, con la “erre” piccola, la M grande (che sta per il modello M della Leica, la macchina fotografica scelta per questo lavoro, ma che diventa anche la consonante che apre parole importanti come “Madre”, “Memoria”, “Messaggio”, “Malinconia”, “Morte, tutti stati del cuore che si ritrovano in questo progetto), e qualche spazio bianco nella coda. Una serie di spazi bianchi che immediatamente ha catturato la mia attenzione e che a uno sguardo più attento rivelano (verbo bellissimo quando incontra la fotografia) una (p)arte del suo cuore: la scelta del bianco e nero, che non è solamente una scelta squisitamente nostalgica o ad effetto ma qualcosa di decisamente più profondo.

Sullo sfondo, perché la fotografia, perlomeno in una fase preparatoria che poi si traduce in gesto e matericità, ha bisogno di una parete, si staglia un anniversario importante: nel 1978, quindi esattamente 40 anni fa, Fabrizio De André dava alle stampe “Rimini”, un album che conteneva, al suo interno un inserto con fotografie in bianco e nero della città, tutte opere di Cesare Monti.

La curiosità, che a distanza di 40 anni è diventata un retrogusto, si è mossa in questa direzione, ponendo una serie di domande tutte attaccate, come i frame delle pellicole analogiche: come è cambiata Rimini? Ma soprattutto, è cambiata? E come la vedono due fotografi del posto (Francesco Busignani e Davide Zaghini) e uno “straniero” (Dorin Mihai)? E ancora, cosa può ancora raccontare Rimini dopo esser stata “setacciata”, in maniera superba, da Marco Pesaresi?

Cosa può dire, oggi che siamo in piena epoca del colore e soprattutto in un periodo di totale sovraesposizione di immagini, oggi che le fotografie “digitali” inondano i social media, oggi che si fotografa tutto – anche un piatto a tavola -, oggi che si preferisce “fotografarsi” (ovviamente il riferimento è ai selfie) che fotografare, oggi che si dà la precedenza a uno scatto o a un lungo filmato piuttosto che vivere un evento, un luogo, un concerto, oggi che “sembra” essere più importante dire a chi non è con noi “ho visto questa cosa” invece che raccontarla con le proprie parole?

Molto. Molto perché se la città in 40 anni, forse, è parzialmente cambiata, non sono cambiati invece i riminesi. Non sono cambiati i luoghi e nemmeno i lavori, perlomeno alcuni. Sono cambiati i loro sguardi, quelli sì. E tutto quello che viene visto nonostante passi quotidianamente sotto agli occhi ma che non viene osservato, oggi si fermano, con precisione e profonda poesia, in questo viaggio dedicato a quella città. Quella città lontana, che alle volte, soprattutto in inverno, si nasconde, scompare dalla scena illuminata, e che torna a respirare. Francesco, Davide e Dorin hanno seguito questi respiri. Che, alla fine, sono quelli che riempiono le corse di chi la vive. Ritroviamo quindi i pescatori, le persone comuni che si sorprendono – e forse si infastidiscono davanti a un obiettivo (non solamente fotografico, qui il 50 fisso), ma anche i volti e le rughe dei palazzi, delle strade, del ponte di Tiberio, lì fermo da 2.000 anni ma ancora in grado di raccontarsi. E c’è poi il mare. Non so se Dorin, nella sua terra d’origine, lo abbia mai visto. Di certo non è un elemento naturale per lui. Lo è invece per Davide Zaghini e anche per Francesco Busignani, che a Rimini ha aperto gli occhi. Ma è davvero necessario nascere e vedere il mare? E qual è, soprattutto, il mare? La prima risposta che mi viene in mente è, a modo suo, scientifica: passiamo 9 mesi della nostra vita immersi in un liquido. E quindi l’acqua appartiene alla natura dell’uomo. Diverso è poi quello che l’uomo cerca e incontra nella sua vita. Ed è qui che si torna, idealmente, al porto: non è tanto il luogo ma il modo con cui lo si osserva. O meglio, lo si ascolta. E lo si riporta. In poesia, in pittura, in fotografia o nelle parole.

Il punto di vista privilegiato che possiede la fotografia rispetto alle altre forme d’arte e a un qualsiasi “s-oggetto” è la sua capacità di superare il limite della grafia e di innalzarsi a linguaggio universale: non deve essere tradotta e soprattutto non deve essere spiegata. Parla, cioè, tutte le lingue del mondo. Comunica ai bambini, racconta ai ragazzi, spiega agli adulti, sussurra agli anziani attraverso una scrittura invisibile ma allo stesso tempo ben marcata: quella del cuore e quella dell’anima.

Anche in “riMini n v e r n o” si incontra lo sguardo un po’ malinconico e denso di spleen che si avverte all’interno del lavoro con cui Dorin ha detto “ti amo” e poi “addio” alla sua Romania. Un sentimento che l’artista, hic et nunc, con-divide con gli altri due fotografi: immagini apparentemente mute, sublimate nella scelta cromatica del bianco e nero, che sembra restituire, non dopo aver ringraziato per il loro omaggio, le attenzioni che Dorin, Davide e Francesco hanno voluto prestare a Rimini. Una Rimini “a luci spente”, che forse sono quelle più autentiche. Quelle più vere.”

Alessandro Carli

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